ultimi racconti
Appuntamento con la fortuna
- Dettagli
- Scritto da Alberto Ferrari
E tutto quello che ho amato, l'ho amato da solo.
Edgar Allan Poe
Dalla finestra guardo le foglie che cadono dagli alberi di questa Milano imbruttita e le conto da più di venti minuti. Centocinquantacinque. Centocinquantasei. Centocinquantasette. Ancora non si vede, lasciandomi qui ad attendere come fossi un signor nessuno. Io non sono nessuno. Almeno non più.
Fa freddo fuori ma qui dentro sono al riparo dalla nebbia e dalla brina. Un tepore di ricchezza. Il soffitto è alto, ha cornici di edere e ricami di gesso. Siamo in centro città. La libreria deve essere di ebano, palissandro o di chissà cos’altro. Fatto sta che copre l’intera parete di libri e di giurisprudenza. Raffinata e aristocratica come la scrivania di vetro. O forse è cristallo? È immensa, un’isola che divide la stanza, separa i mondi. Da questa parte gli uomini alla ricerca di un approdo, dall’altra chi è seduto nell’Eldorado. Quella poltrona di pelle e cuoio, imbottita e scura, di forma e colore austeri. Anch’io ho raggiunto il mio Eldorado. Centocinquantotto. Centocinquantanove. I miei numeri.
Sei, Undici, Ventiquattro, Quaranta, Sessantuno, Ottantasette.
Ma quanto ci vuole? La segretaria mi aveva assicurato una breve attesa. Il tremore alle mani è ritornato. Dalla tasca del giaccone tiro fuori i fazzoletti di carta e mi tampono la fronte dal sudore. Ho freddo eppure qui fa caldo. Rinfodero i fazzoletti in tasca e mi accorgo che è bucata. Un giaccone vecchio, logoro, ma dopo i miei numeri avrò ben altro. Se solo si facesse vivo. Adesso esco e sparo a zero su quella bisbetica inacidita che sta seduta là fuori con le cosce accavallate al vento. Posso permettermelo. La offendo e la maltratto come nessuno si è mai permesso. Nessuno. Perché io non sono più nessuno.
Finalmente qualcuno apre la la porta.
«Buongiorno» mi saluta sorridendo, con quel suo pizzo argentato. Le solite sopracciglia folte e i capelli cenere. Gli occhi neri tagliati da un bisturi mi inchiodano alla mia posizione.
Viola
- Dettagli
- Scritto da Alessandro Bastasi
«Come stai?»
«Di merda, come vuoi che stia?»
«Hai fame?»
Risponde con un grugnito.
«Ti ho comprato il budino al cioccolato, che ti piace tanto.»
Silenzio.
«Su, apri la bocca.»
Lei fa come le dico. Il budino le scivola sulla lingua, rimane lì, rimescolato con la saliva. Poi di colpo me lo sputa addosso. E ride. Solo per un attimo, però.
«Vaffanculo!»
Io non reagisco. Mi pulisco il viso con un fazzoletto di carta.
«Ah, Viola, Viola… si può sapere cosa vuoi di più da me? Faccio tutto per te, vivo per te, non ho altri che te. Trascuro ogni cosa, lavoro, amici, cinema, divertimenti per te. Cosa vuoi che faccia di più?»
Mi guarda di sbieco.
«Niente. Lasciarmi in pace.»
Io le sorrido.
«Su, mangia, da brava. Ecco. Così. Brava.»
Ti ricordi, Viola? Ti ho conosciuta quando volevo acquistare l’appartamento in via Lorenteggio che ti avevano lasciato i tuoi. Mi hai detto che eri una disegnatrice di moda, ti sei presentata all’appuntamento avvolta in un poncho di lana leggera, con in capo una calottina bordeaux sormontata da una piuma. Poi, concluso l’affare, quando pensavo che non ti avrei più rivista, sei stata tu a cominciare a telefonarmi, a chiedermi come stessi, se andava tutto bene, a invitarmi per un aperitivo. Un giorno mi hai proposto, perché no?, di venire a cena da te, a casa tua. La sera dopo ero lì, a suonare il campanello, ansioso ed eccitato come un liceale, con due bottiglie di Berlucchi in mano. Inutile negarlo, mi sei piaciuta subito. Sì, galeotta forse la tua aria sbarazzina, o quel tuo modo di porti fresco, immediato, per cui risultava in fondo naturale che tu mi sfiorassi la mano mentre mi parlavi, sorridente, e la trattenessi quasi inavvertitamente tra le tue, così calde, asciutte. Galeotto forse il tuo annuire distratto al mio fraseggio pomposo, mentre seria mi fissavi le labbra in movimento. E i tuoi occhi, quegli occhi neri, neri come il fondo di un pozzo. Lo sapevo fin dalla telefonata d’invito che dopo la cena saremmo finiti a letto. Così è avvenuto. Ed è stato da quel momento che non ho più potuto fare a meno di te.
Chinese Rock
- Dettagli
- Scritto da Paolo Merenda
Sei nata in Italia da genitori cinesi. I tuoi hanno una catena di ristoranti e ti lasciavano spesso sola a casa con la babysitter quando eri piccola. Quella ti chiudeva in camera per poi farsi sbaciucchiare e palpare dal suo ragazzo. Tu li spiavi dalla serratura della porta. Pensavi a quando sarebbe toccato a te. Invidiavi quella ragazza, avresti voluto essere al suo posto e sentirti desiderata.
I tuoi genitori ti hanno cresciuto all'occidentale. Non ti hanno obbligato a seguire le tradizioni del loro paese. Ti sei integrata da subito in quella cittadina umida e nebbiosa del basso Piemonte. Non ti facevi neanche chiamare con il tuo vero nome, ma con un nome italiano. Ti sei fatta un sacco di amici italiani fin dall'asilo. Le femmine ti invidiavano. Già in terza media i ragazzini ammiravano la tua bellezza. D'altronde, oltre a essere bella, eri l'unica orientale della scuola.
Non potevi passare inosservata.
Polvere per polvere
- Dettagli
- Scritto da Francesco Gallone
Una notte, a Milano.
SPLAT. Il rumore prodotto da ossa e carne travolti dai quintali di plastica e acciaio che compongono un'Alfa lanciata in sconsiderata corsa lungo le strade arrugginite dai lampioni della periferia di Milano. MIAAAAHHH. Lo strillo, l'ultimo, l'afflato di morte di una gatta bianca e nera, randagia, che trascorre le sue giornate a dormire all'ombra delle piante di un cortile abbandonato, e le notti a gironzolare tra i cantieri della Metropoli in costruzione. E di un miagolio lancinante, diverso, il pianto straziante della sua compagna, una gatta color della polvere. Quando la gattara giunse, non v'era più nulla da fare per la vittima. Era morta sul colpo. Grazie a Dio. Lo stesso Dio che maledicesse l'autista dell'Alfa. La gattara non aveva assistito all'investimento. Ma la randagia, dolce, felina, sottile Polvere si. E le polveri sottili, possono essere letali.
DRIIIN. Un citofono nella notte. Freddo e tagliente. Sabino, l'autista dell'Alfa, aveva parcheggiato sul passo carraio, data l'ora nessuno gli avrebbe rotto i coglioni, pensava. Le cinque del mattino. «Oddio, chi è?», chiese Martina a Michele, suo marito.
«Quel coglione di tuo fratello… devi dirgli di piantarla! Non si può vivere così, se non lo capisce con le buone, glielo spiego io con un bastone!»
«Lo sai, è fatto così... cosa vuoi che gli dica? Oh, Signore, guariscilo tu.»
«Guariscilo? Quello deve riprenderselo, e schiaffarlo all'inferno.»
La gattara raccolse il corpicino esanime di Ciotola. Lo depose in un sacco di iuta, e la portò con sé a casa, in attesa che la Protezione Animali venisse a ritirarla. Non poteva lasciarla allo scempio del traffico. Non un gatto. Bestia che, come spesso è stato dimostrato, merita maggior rispetto delle bestie umane. Polvere seguì quel mesto corteo funebre fin sotto il portone della gattara. Mentendo a sé stessa, sperò che Ciotola potesse tornare, guarire, che fosse solo ferita. I gatti hanno sette vite, d'altronde. O erano nove? Sacchetti di plastica ripieni di cucciolate dimostrano che a volte, ai gatti, non ne viene concessa nemmeno una, di vita.
Sonia
- Dettagli
- Scritto da Ettore Maggi
Bio-technology
Ain't what's so bad
Like all technology
It's in the wrong hands
(Sepultura)
9 settembre
Mi manchi, Sonia. Non pensavo che avrei sentito tanto la tua mancanza. Forse non lo pensavi nemmeno tu.
Piove da una settimana ormai, dicono che durerà a lungo, e il cielo continuerà ad avere questo colore da televisore sintonizzato su un canale morto. Ti ricordi quanta paura ti faceva la pioggia? Non c’erano molte cose che ti spaventavano ma quando pioveva ritornavi una bambina indifesa. A volte di notte mi svegliavo e ti trovavo davanti alla finestra, avvolta nella coperta. Guardavi la pioggia, le gocce che scorrevano sul vetro, e non ti accorgevi di me. Poi esplodeva il tuono e mi cercavi, e io mi sentivo un cavaliere antico mentre ti proteggevo col mio abbraccio.
Chissà se anche adesso stai guardando la pioggia. Vorrei essere lì con te, Sonia, abbracciarti e dirti di non aver paura.
Ma non posso. Adesso che tu hai davvero bisogno di me, non posso proteggerti dalla pioggia.
Ricordi quando abbiamo iniziato il corso di Biotecnologie? Eravamo entrati all’ABC-Hosaka, il Centro di Biotecnologie Avanzate, e tu hai riso quando hai visto quella scritta nell’atrio dell’istituto.
Il futuro è nelle biotecnologie, caratteri fluorescenti, inquietanti. Era una frase di Saint-More, il direttore del centro. Tu hai riso e hai detto che il futuro non esisteva, quindi non esistevano nemmeno le biotecnologie.
Ma il futuro non ci preoccupava, allora. Eravamo felici. Avevamo affittato un piccolo appartamento nel centro storico, in quella parte della città vecchia in cui il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, quella parte non ancora ristrutturata e valorizzata dagli speculatori. Una stanza e un bagno, all’ultimo piano, un palazzo vecchio e malridotto abitato da prostitute, spacciatori e immigrati. Non potevamo permetterci di meglio, con quello che guadagnavamo al Centro, ma ci bastava.
La tua idea era restare qualche anno al Centro, fare esperienza, cercare di imparare tutto, dalla biologia molecolare a quella cellulare, e poi lavorare in una ditta privata, magari all’estero. Qualcuno che avrebbe pagato bene la nostra esperienza.
Io non volevo fare lo schiavo di una multinazionale, nemmeno se ben retribuito, ma tu dicevi che anche quello non sarebbe stato per sempre. Il tempo di mettere via i soldi, poi saremmo andati via, lontano, in un posto pieno di sole. Avremmo aperto un bar su una spiaggia e avremmo vissuto lì, finalmente liberi da tutto.
I believe in a better world, for me and you, recitava la nostra canzone, e tu ci credevi. Anche io ci credevo, non potevo non crederci.






Può la carta delle pagine di un libro cambiare sapore e trasformarsi in pietra? È un esperimento difficile, quello tentato da Alessandro Bertante, già autore di un romanzo come Al diavul, dal forte sapore epico. Anche in Nina dei lupi l'irruenza dell’epos e l’alchimia delle parole risaltano sin dalle prime battute. Varia il contesto, là un affresco storico rivoluzionario, qui una post apocalisse rurale. La giovane Nina crescerà in un paese staccato dall’umanità, perso in un limbo faticoso dove le montagne richiedono ogni giorno sacrifici di lacrime e sudore. Un posto difficile per una bambina, per un’orfana che ha la saggezza di capire al volo i cambiamenti. Perché c’è una nuova battaglia in arrivo per gli abitanti del piccolo borgo di Piedimulo, e lei lo sa. Prosa rabbiosa, frasi spezzate, capitoli a volte duri da scalare. Bertante però non si accontenta mai: prendere o lasciare. Non è tempo di eroi, né di generi. Nina dei lupi è un postulato allegorico, di quelli che se ti prendono sotto pelle ti lasciano cicatrici profonde.
A patto che non soffriate di claustrofobia, che non vi inquieti una prosa scandita con assillante regolarità di periodi brevi a registrare impassibile gesti e pensieri dei personaggi, potreste avvicinarvi al romanzo La ragazza, della scrittrice tedesca Angelica Klüssendorf.
Un cielo tremendo, quello sopra Teheran. Lo avevamo già capito leggendo Persepolis di Marjane Satrapi; e la verità si fa più dura in questo romanzo che è al tempo stesso doloroso e romantico. Ancora più tremendo proprio perché filtrato attraverso gli occhi di un'autrice che è straniera in una patria che ama. Louise Soraya Black ha scritto pagine importanti per aiutare il lettore a conoscere la situazione difficile di chi vive l’Iran del presente e del passato recente sulla propria pelle. Ma non è soltanto denuncia, tutt’altro: la storia di una famiglia media e delle loro lotte quotidiane è ricca di emozioni, complessa. I colpi di scena sono degni d’un thriller, le parentesi sentimentali sempre vivide. La narrazione a flashback arricchisce la struttura a tesi e ne alleggerisce le velleità sociali, valorizzandole. Il cielo color melograno, a partire dallo splendido titolo e dalla bellissima copertina (un plauso alla cura redazionale di 66th&2nd), è un piccolo capolavoro adatto a ogni palato.
Le storiacce de Il ragazzo a quattro zampe